Non so se avete mai sentito il bisogno di tacere. Ecco, per me è stato uno di quei momenti. Non credo nemmeno sia finito, perchè la voglia di tacere che sento non è tanto per ciò che esce dalla mia bocca o dalle mie dita, ma dalla mia mente. (volevo usare cervello ma mente è decisamente più da letteratura)
Un po’ anche perchè ultimamente i pensieri che mi frullano per la testa non hanno nulla che valga la pena di far leggere, quantomeno a chi non è direttamente interessato alla mia vita (molto) privata.
Voglio specificare che in questo silenzio non ci trovo nulla di imbarazzante. Apprezzo chi sa tacere nel momento opportuno, credo sia una gran dote il saper tacere, dovrebbero scriverci un libro. E poi, se ritengo di non aver nulla da dire, semplicemente non lo dico. Sembra tanto semplice.
Questo periodo sabbatico (che, lo voglio ripetere, non so se è finito e non so se è l’ultimo), però, mi ha fatto ragionare. Mi ha fatto pensare a moltissime cose importanti. Ho fatto un po’ dappprima i conti con me stesso, cosa sto facendo, cosa ho fatto e cosa farò e sono ancora interrogativi apertissimi. Mi sono poi interrogato sulle riflessioni di tutto ciò sull’esterno, sugli altri; e mi sono anche reso conto di come, concentrato su me stesso, davo poca importanza alle ripercussioni sugli altri, appunto, dei miei comportamenti e stati. Mi correggo: non ‘davo poca importanza’, davo per scontato che in quel momento c’ero io con quel problema e dovevo risolverlo. Gli altri stavano a guardare.
Fosse andata solo così sarebbe stato anche un bel traguardo. La smania di mettere alle mie priorità gli altri con i loro problemi è sempre stata una cosa piuttosto degenerante; sono forse riuscito a fare alcune giuste distinzioni. Ho messo da parte le persone che mi consideravano come il solito David, pronto a organizzare e sorridere. E ho preso in mano me stesso, mi son guardato un po’ da lontano e ho premiato, ammesso e non concesso che ci sia riuscito, chi era pronto a prendermi in braccio nel caso fossi caduto.